L’ignoranza uccide le persone, ma non solo chi riceve atti di ignoranza: soprattutto, chi è ignorante.
Sono stata abbandonata all’età di due anni da mio padre.
Ovviamente, voi vi chiederete: «E quindi? Cosa c’entra questo con l’ignoranza?»
Ve lo spiego.
Ho vissuto parte della mia infanzia per strada, per la precisione nei terreni di Casal di Principe, quando ancora ville e case non avevano preso il sopravvento su quegli enormi campi di grano immersi nel verde.
Ricordo ancora che aspettavamo che il grano fosse alto, nella fase di levata, per poterlo schiacciare con i piedi e creare al suo interno enormi strade, vicoli, casette, come in un labirinto. Io e i miei cugini, Raffaella, Carmine e Armando, giocavamo a chi fugge. Io, la più piccola, finivo quasi sempre per perdermi.
Altre volte, invece, non era difficile procurarci una canna di bambù per dividerla a metà e costruire un aquilone.
Ricordo ancora come si fa.
Con maestria, Carmine e Armando sezionavano la canna a metà. Poi stendevano per terra una busta nera dell’immondizia: la parte più lunga della canna prendeva gli angoli in verticale, mentre quella centrale, leggermente inclinata, serviva a congiungere gli angoli orizzontali. Lo scotch era sempre a portata di mano per fermare tutto, mentre la lenza veniva, diciamo così, “presa in prestito” dal nostro nonno.
Insomma, fingevamo di essere ingegneri.
Non avevamo una laurea, eppure riuscivamo a fare tutto.
Quegli aquiloni volavano. E certo che volavano.
Bastava correre, ridere a squarciagola tra il verde e, per magia, l’impresa funzionava.
Con le mani sbucciate e le fronti sudate, guardavamo i nostri giocattoli svolazzare nel cielo.
Erano momenti felici.
Momenti che ho vissuto con i miei cugini, che a turno mi tenevano compagnia mentre mia madre lavorava e racimolava qualcosa per poter portare il pane a casa.
Si sapeva che, da grande, non avrei frequentato la Bocconi.
Lo sapevamo tutti.
La povertà, la fame, sembravano già farci sentire l’odore e l’idea di come sarebbe stato il mio futuro.
Eppure c’era l’innocenza di essere bambini.
Alle elementari era tutto più facile.
Spensierati, felici, liberi e senza pregiudizi.
Poi arrivarono le medie.
E le cose cambiarono.
C’erano insulti, minacce, spintoni, solo perché indossavo uno zaino di seconda mano.
Mi è bastato frequentare un anno per capire che gli altri due li avrei trascorsi a casa.
Ricordo ancora l’ultimo suono della campanella.
Finalmente quel rumore.
Avrebbe segnato la fine del mio percorso scolastico. E, anche se sporca, quella carta diceva che avevo concluso i miei studi alle medie.
Oggi sono grande.
Una grande che scrive queste righe.
E se penso a quei momenti, mi vanto di essere stata, forse, la più intelligente di tutte.
Non per i voti alti.
Ma perché quella situazione mi ha insegnato una cosa che considero preziosa: l’umiltà.
Sono sempre stata capace di integrarmi in contesti d’élite, lussuosi. Non perché abbia avuto gli strumenti per arrivarci, né perché qualcuno mi abbia insegnato come comportarmi.
Semplicemente, invece di parlare a vanvera e dare spazio alla mia bocca senza sapere, per lungo tempo mi sono fermata a osservare.
Ho osservato.
Ho ascoltato.
Ho imparato.
Espressioni, situazioni, esperienze, comportamenti.
Ho imparato cose che nessuno era disposto a insegnarmi.
E forse è proprio per questo che nessuno mi ha mai dato dell’ignorante.
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“Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.”
Sbagliare è umano, perseverare è diabolico.
Ignorante.
Una parola semplice, che molti usano per disprezzare la persona che hanno di fronte, ma che, presa singolarmente, ha un significato enorme.
Per me, la parola ignorante non rappresenta necessariamente un’offesa.
Descrive semplicemente una persona che ignora.
Una persona che persevera nella propria ignoranza e che non ha voglia di evolversi.
Descrive una persona convinta di sapere tutto e che, proprio per questo, non sente il bisogno di fermarsi, leggere, ascoltare, osservare la realtà.
Per intenderci, è come parlare di profondità a una persona superficiale.
Il risultato?
Si finisce per essere ignorati.
E non perché abbiamo di fronte una persona distratta, ma semplicemente perché quella persona non è interessata a conoscere la profondità.
Anche l’oceano è profondo.
La profondità media degli oceani è di circa 3.700 metri. Ma esistono luoghi che vanno molto più in profondità. Il Challenger Deep, nella Fossa delle Marianne, raggiunge circa 10.900 metri sotto il livello del mare.
Quante persone hanno provato ad andare oltre?
Poche.
Ecco, per me, l’ignoranza può essere spiegata anche così.
Sappiamo che esiste una profondità, sappiamo che possiamo scendere ancora, ma non tutti sono disposti a farlo.
Perché scendere significa affrontare il buio, la pressione, la paura dell’ignoto.
E forse è proprio questo che accade anche dentro le persone.
L’ignoranza non è sempre un’offesa.
Molte volte è semplicemente un blocco emotivo, un limite che una persona non è disposta, oppure non è ancora in grado, di superare.
Il problema non è non conoscere.
Il problema è non voler conoscere.
Il problema è convincersi di essere arrivati alla fine del viaggio quando, in realtà, non si è nemmeno avuto il coraggio di cominciare.
E forse è proprio per questo che l’ignoranza uccide.
Proprio in quei contesti lussuosi, nei quali qualcuno si divertiva quasi a gettarmi dentro, come si fa con una persona in mezzo agli squali, ho capito che, per poterci stare, avevo bisogno di evolvermi.
E con me dovevano evolversi anche i miei pensieri e le mie esperienze.
Che sia chiaro: non era un modo per diventare come loro.
Anzi.
Era un modo per riconoscerli e, proprio per questo, scegliere di essere l’opposto.
Il gioco era riuscire a resistere alle pressioni, al luccichio, alle conversazioni, alle apparenze.
Entrare.
Resistere.
Imparare.
E poi tornare a casa, nell’umiltà: la mia comfort zone preferita.
Perché è facile sentirsi importanti quando tutto intorno luccica.
È molto più difficile rimanere se stessi quando hai davanti qualcosa che potrebbe farti dimenticare da dove vieni.
Col tempo, poi, mi sono evoluta.
Da make-up artist a truccatrice, da tatuatrice a persona che si è ritrovata a gestire un’attività a Milano.
Poi sono nati i social.
Nessuno mi ha insegnato a utilizzarli. E così, ancora una volta, ho dovuto imparare da sola.
E sono finita per prendere l’ennesimo diploma.
A questo punto mi chiedo: quante persone “importanti”, laureate, ho incontrato nella mia vita?
E quante, invece, erano abbastanza intelligenti da riconoscere la fragilità e la vulnerabilità di una persona?
Perché allora mi chiedo: la laurea era un mezzo per poter svolgere il lavoro dei propri sogni o un mezzo per potersi vantare?
Io, sinceramente, credo più nella seconda opzione.
Credo che troppe persone siano convinte di sapere.
Ed è proprio questa convinzione che, alla fine, li fotte.
Si sentono invincibili perché sono abituati a fare le cose facili. A stare in situazioni che conoscono. A muoversi in territori nei quali sanno già come comportarsi.
Per intenderci, prendiamo ancora una volta il mare.
Restano a galla.
Ma cosa succede quando li metti davanti a un problema serio?
Arriva il momento in cui non basta più stare a galla.
E allora arriva il burnout.
Arriva la paura.
Arriva la frustrazione.
E arriva quella frase:
«Non ne sono capace.»
Bene.
E perché hai scelto di fare questo lavoro?
Perché nella vita non puoi pretendere di avere sempre un mare calmo.
Devi imparare anche a nuotare quando le onde diventano alte.
E, soprattutto, devi imparare a costruirti il tuo ombrello.
Perché quando hai un ombrello, non ti importa della pioggia.
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A questo punto dell’articolo, però, ci chiediamo tutti:
Che cos’è davvero l’ignoranza?
L’ignoranza è la condizione di chi non conosce o non sa qualcosa.
Non significa necessariamente essere stupidi.
Nessuno può conoscere tutto e l’ignoranza può essere semplicemente la mancanza di esperienza, di informazioni o di conoscenze.
Esiste, però, una differenza enorme tra non sapere e non voler sapere.
L’ignoranza diventa un problema quando una persona rifiuta di imparare, giudica senza conoscere o parla con certezza di ciò che non sa.
Sapete che c’è?
Io gli ignoranti li accetto.
Provo tanta tristezza per loro, questo sì.
Ma li accetto.
Perché non sapere qualcosa non è una colpa.
Nessuno nasce sapendo.
Nessuno nasce con un bagaglio di esperienze già pronto.
La vita ci mette davanti alle cose e noi decidiamo se imparare oppure no.
E allora mi chiedo:
perché chi sceglie di rimanere ignorante parla come se fosse intelligente?
Se scegli di non imparare, di non conoscere persone, situazioni, realtà diverse dalla tua, nonostante magari non ti riguardino direttamente, perché poi senti il bisogno di esprimere un’opinione?
Perché devi giudicare qualcosa che non conosci?
Perché devi parlare di una realtà che non hai mai vissuto?
Perché devi pretendere di avere ragione su qualcosa che non hai nemmeno avuto la curiosità di comprendere?
Non sapere è umano.
Ma trasformare il proprio non sapere in una certezza assoluta è un’altra cosa.
Ho trovato un nuovo hobby, sapete?
Viaggiare e andare in cerca di persone anziane.
Le seleziono, mi avvicino e chiedo loro, con gentilezza, se posso sedermi accanto.
E il gioco è fatto.
Non ho bisogno di dire chissà cosa.
Tanto loro, saggi, ti guardano e sanno già cosa dire.

Che bellezza, la saggezza.
Mentre osservo quei volti ormai segnati dal tempo, quegli occhi stanchi, la pelle lentigginosa, le labbra sottili ancora capaci di sorridere, le mani che stringono le mie quasi come volessero augurarmi un in bocca al lupo per la vita, mi viene da chiedermi:
chissà se ad essere davvero ricca sono io o i miei amici laureati.
Loro sono lì a festeggiare, a sentire la musica ad alto volume, a passarsi a turno uno spinello, a mettere in mostra gli orologi, le macchine lussuose.
E io?
Io mi sento una privilegiata.
Ascolto storie.
Racconti.
Vite intere.
Persone che forse non rivedrò mai più nella mia vita e che, probabilmente, non ricorderanno nemmeno il mio nome.
Eppure, quando mi alzo da quella sedia, qualcosa me lo porto a casa.
Una frase.
Un ricordo.
Un insegnamento.
Una storia.
Qualcosa che loro hanno lasciato dentro di me senza nemmeno rendersene conto.
E allora mi chiedo ancora una volta: chi è davvero ricco?
Chi possiede un orologio costoso o chi possiede il tempo per ascoltare?
Chi guida una macchina di lusso o chi ha una vita da raccontare?
Chi parla più forte o chi ha imparato ad ascoltare?
Per me, questa è intelligenza.
Ascoltare anche quando ciò che senti non è di tuo gradimento.
Ascoltare anche quando non è di tuo interesse.
Ascoltare anche quando quella storia non ti appartiene.
Io ascolto.
Perché non ho bisogno che qualcosa mi riguardi personalmente per riconoscerne il valore.
E forse è proprio questa la differenza tra chi crede di sapere tutto e chi, invece, ha ancora voglia di imparare.
Una persona intelligente non ascolta soltanto ciò che vuole sentirsi dire.
Ascolta anche ciò che potrebbe insegnarle qualcosa.
Sapete, c’è uno strano dibattito, quasi una teoria, che spesso nasce quando si parla di collezionismo e di grandi patrimoni.
Immaginate che venga messa all’asta un’opera d’arte unica, irripetibile, impossibile da replicare.
Molti collezionisti fanno una riflessione molto semplice: quando tante persone estremamente ricche desiderano possedere la stessa opera e l’offerta è praticamente una sola, il suo valore può diventare enorme.
Perché?
Perché tutti vogliono possedere qualcosa di raro.
Qualcosa che gli altri non possono avere.
Qualcosa da mostrare, da raccontare, da poter dire: «È mio.»
Pensiamo, per esempio, a un quadro di Van Gogh.
Ma qualcuno si è mai chiesto perché Van Gogh abbia dipinto quel quadro?
La notte stellata fu dipinta da Vincent van Gogh nel giugno del 1889, mentre si trovava nell’istituto psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence, nel sud della Francia.
Non era semplicemente uscito una sera per dipingere quel cielo.
Il dipinto nacque principalmente dalla memoria e dall’immaginazione dell’artista, oltre che dall’osservazione del paesaggio che poteva vedere dalla finestra della sua stanza.
Ma perché la dipinse?
Perché in quel periodo Van Gogh attraversava una fase estremamente difficile della sua vita.
Cercava nella pittura un modo per esprimere ciò che provava dentro di sé.
E questo, guardando il quadro, quasi si sente.
Il cielo non è realistico.
Le stelle sembrano muoversi.
Il cielo vortica.
Tutto sembra vivo, inquieto, quasi in movimento.
Oggi La notte stellata è uno dei simboli più riconoscibili della sua arte.
Ma Van Gogh non visse abbastanza a lungo da assistere alla fama che avrebbe raggiunto la sua opera.
La sua arte è diventata immensa dopo la sua morte.
E questo mi fa pensare a una cosa.
Alcune storie diventano famose.
Altre, invece, rimangono nascoste.
E alcune potrebbero diventare preziose proprio quando la persona che le custodiva non ci sarà più.
E allora mi chiedo:
se io, Sara, sto ascoltando storie che, probabilmente, tra qualche anno sarò l’unica e sola persona a conoscere, quanto valgono quelle storie?
Forse non hanno un prezzo.
Forse valgono molto più di un’opera d’arte.
Perché un quadro può essere venduto, acquistato, conservato.
Una storia, invece, quando muore l’ultima persona che la conosce, può scomparire per sempre.
E se io ho avuto la fortuna di ascoltarla, allora forse non sono semplicemente una persona che ha ascoltato.
Sono diventata custode di qualcosa che non appartiene più soltanto a chi me l’ha raccontato.
E forse questa è una delle forme più rare di ricchezza che esistano.
Non possedere.
Conservare.
Non mostrare.
Ascoltare.
Non parlare per dimostrare quanto si sa.
Tacere per imparare qualcosa.
A tutti coloro che si sentono intelligenti, e lo sono davvero, dico grazie per esserci.
A coloro che invece si sentono intelligenti, ma confondono l’arroganza con l’intelligenza e la presunzione con la conoscenza, consiglio una cosa:
ascoltate di più e parlate di meno.
Perché a volte, dietro una persona apparentemente semplice, c’è un universo che non avrete mai la possibilità di conoscere.
E forse l’intelligenza non sta nel dimostrare di sapere.
Sta nel riconoscere quanto ancora abbiamo da imparare.
Non farti uccidere dall’ignoranza.
5 commenti
Antonella
❤️🌹
Francesca
🤍
Carmen
Beh che dire… io ti conosco da vicino, e inizialmente mi hai emozionata.. poi pian piano leggendo di più, mi hai illuminata, non perché fossi “ignorante “ 😅 ma perché spesso serve tacere leggere/ascoltare per renderci conto di qualcosa che abbiamo sotto il naso.. complimenti ❤️
Amato
👏🏻👏🏻👏🏻
Jacopo
👏👏brava, hai scritto dei concetti giustissimi e saggi