Giorni fa ho eseguito il backup di un vecchio PC HP che mia madre mi regalò quando compii diciassette anni.
Credo che lo fece perché si sentisse in colpa.
In quel periodo dormivo in una stanza che, prima di diventarlo, era semplicemente uno sgabuzzino. Cinque metri quadrati: un armadio a un’anta, un letto e una scrivania. Era piccola. Così piccola che, quando rifacevo il letto, faticavo persino a muovermi.
Eppure bastava.
Bastava perché riusciva a dare un senso a quello per cui, in qualche modo, era stata creata: sonno e tranquillità.
Mia madre mi regalò quel computer forse anche per distrarmi dal mondo. Per permettermi, attraverso quello schermo, di costruirne uno tutto mio.
Probabilmente percepiva che mi ero chiusa in un mondo tutto mio. Percepiva che dentro di me c’era qualcosa che sembrava essere lì, sul punto di esplodere.
Per le mie condizioni, ero sotto controllo costantemente. Analizzata, osservata, scrutata. Persino i miei pensieri sembravano non appartenermi più: venivano violati, messi sotto esame, passati al setaccio.
Così, quando rientravo a casa, non vedevo l’ora di rinchiudermi in quella stanza.
Vi ricordate MSN?
Il vecchio Messenger, quello con il trillo.
Verso le otto uscivo e, quando rientravo, la cantilena di mia madre era ormai scontata:
«Sara, nella tua stanza il tuo PC continua a suonare. Mannaggia a me che ti ho regalato quel computer!»
Io ridevo sotto i baffi, con aria divertita.
Perché lo sapevo.
A trillarmi non erano fantasmi, né persone che volessero qualcosa da me.
Erano i miei amici virtuali, che cercavano di attirare la mia attenzione per farsi rispondere.
In quel periodo nessuno voleva rubarmi niente.
Perché non possedevo niente.
Non sapevo minimamente che cosa fosse la disconferma sociale. Avevo già vissuto situazioni che avevano lasciato dentro di me ferite profonde, esperienze che avevano contribuito a segnarmi e per le quali ero già seguita da specialisti.
Ma non sapevo ancora che al mondo esistessero persone capaci di fare una cosa ancora più sottile della negazione: disconfermarti.
Nota — Che cos’è la disconferma sociale?
La disconferma sociale è una forma di mancato riconoscimento dell’altro. Non significa semplicemente essere contraddetti o ricevere un’opinione diversa dalla propria. Significa, piuttosto, sentirsi ignorati, svalutati, esclusi o trattati come se ciò che si è, ciò che si pensa o ciò che si prova non avesse valore.
Essere contraddetti significa: «Non sono d’accordo con te».
Essere disconfermati può comunicare qualcosa di molto diverso:
«Non ti vedo.»
«Quello che provi non conta.»
«La tua esperienza non merita spazio.»
Ed è proprio questa differenza che rende la disconferma così difficile da riconoscere.
Perché non sempre fa rumore.
A volte arriva attraverso una parola.
Altre volte attraverso un silenzio.
Oggi sono grande. Ho trentotto anni.
E stringo tra le mani questo PC che, al suo interno, contiene ventidue anni di vita.
Stringerlo mi provoca una certa emozione.
È come un portale nel tempo. Aprirlo significa, in qualche modo, tornare indietro. È una sorta di accessorio magico, capace di scatenare dentro di me emozioni che credevo ormai sepolte.
È scolorito, graffiato, con alcune parti della tastiera mancanti, tanto che oggi sono costretta a utilizzarne una esterna. Il mouse, quello originale, ha il filo ormai andato.
E poi c’è quell’ultima traccia, quasi una firma:
ultimo backup eseguito da Basilio Puoti il 23/12/2014 alle 12:16.

Quell’oggetto grida chi sono.
O, forse, grida chi sono stata prima di diventare questa nuova versione di me.
Foto.
Esperienze.
Ricerche.
Nickname.
E-mail.
Playlist.
Vecchi messaggi.
Ricordi.
Tutto.
Tutto ciò che potrebbe servire a ricostruire il mio passato e a ripercorrerlo, pezzo dopo pezzo, nel tentativo di dare una spiegazione alle mie azioni, alle mie scelte, alle persone che sono stata e a quelle che sono diventata.
Di Basilio, ormai, avevo persino dimenticato il cognome.
Così, circa due mesi fa, ho iniziato a cercarlo.
Prima sui social.
Poi ho pubblicato un annuncio nel paese.
Ho chiamato un amico, che mi ha detto di chiamarne un altro. Uno rimandava all’altro, come una catena di ricordi che sembrava non volersi spezzare.
Finché, alla fine, mi sono imbattuta in Giusi Verrone.
È stata lei a mandarmi un numero di telefono.
Un numero che, incredibilmente, dopo ventidue anni era ancora attivo.
Disperata, l’ho chiamato.
Il telefono squilla.
Uno squillo.
Due.
Poi qualche beep.
E finalmente una voce.
«Sei Basilio?»
Una pausa.
«Basilio, sono Sara. Ho bisogno di te.»
Gli spiego la situazione. Gli racconto del computer, del backup, dell’importanza di quello che potrebbe esserci ancora dentro.
Poi, quasi disperatamente, gli chiedo se per caso, tanti anni prima, avesse conservato tutto il materiale su una pennetta USB.
Fa una ricerca.
Ma l’esito è negativo.
Non c’è più nulla.
Decidiamo quindi di vederci.
Di analizzare insieme quel vecchio computer.
Quando ci incontriamo, lo guardo con gli occhi lucidi e provo a spiegargli che dentro quel PC non ci sono soltanto cose belle.
Anzi.
Quel dispositivo contiene soprattutto cose brutte.
Cose che mi sono successe lungo il percorso della mia vita.
E proprio perché sono brutte, dolorose e importanti, ho deciso di conservarle.
Perché alcune cose non si custodiscono per nostalgia.
Si custodiscono perché sono prove della propria storia.
Dentro quel computer ci sono: prove.
Minacce.
Abusi.
Violenze.
Discriminazioni.
E soprattutto, tanti, tantissimi screenshot.
Immagini ferme di momenti che invece, dentro di me, non si sono mai fermati.
E mentre oggi guardo quel vecchio PC, mi rendo conto che forse non ho mai custodito davvero un computer.
Una delle tattiche fondamentali di chi cerca di disconfermarti è farti sembrare pazza.
Portarti a dubitare di ciò che hai visto, di ciò che hai vissuto, persino di ciò che ricordi.
Perché, quando riescono a convincere te e gli altri che sei tu il problema, tutto ciò che racconti perde valore.
Ma c’è una cosa che ho imparato: le parole se le porta via il vento.
I fatti no.
Quelli restano.
Ed erano fatti quelli che io avevo bisogno di conservare.
Ora, a questo punto della lettura, probabilmente tu che stai leggendo ti starai chiedendo: «E quindi? Cosa c’entra tutto questo con la tua black list?»
Te lo spiego.
Ogni giorno faccio una fatica enorme per essere una bella persona, pur avendo avuto tanti motivi per diventare l’esatto opposto.
Qualche anno fa, per un’esigenza personale, mi sono ritirata dalla vita sociale.
E proprio in quel periodo, prendendo le distanze da tutto e da tutti, ho iniziato a guardare la mia vita da fuori.
Mi sono resa conto di una cosa difficile da accettare:
quasi ogni persona che aveva attraversato la mia vita aveva lasciato dentro di me qualcosa.
Non tutti, sia chiaro.
Ci sono persone che hanno voluto bene a Sara davvero. Persone che mi hanno protetta, sostenuta, ascoltata.
Ma ce ne sono state molte altre che hanno contribuito, in un modo o nell’altro, a distruggermi.
Alcune consapevolmente.
Altre forse senza rendersi conto fino in fondo delle conseguenze delle proprie azioni.
Ma alcune sì.
Alcune hanno scelto di farlo.
E in certi casi hanno piantato dentro di me un seme che, se fosse riuscito a germogliare completamente, oggi io non sarei qui a scrivere queste righe.
Io le chiamo persone cattive.
Ma chi sono, davvero, le persone cattive?
Non credo che basti aver commesso un errore. Non basta essere stati egoisti, aver sbagliato o aver ferito qualcuno una volta.
Parlo di persone che, deliberatamente, scelgono di procurare dolore agli altri.
Persone che possono:
- ferire o maltrattare intenzionalmente;
- mentire o manipolare per ottenere qualcosa a spese di qualcun altro;
- rubare, truffare o ingannare;
- minacciare o intimidire;
- esercitare violenza fisica o psicologica;
- sfruttare deliberatamente chi si trova in una posizione di vulnerabilità;
- non rispettare i confini, la libertà o la dignità dell’altro.
E poi ci sono quelle forme di cattiveria più piccole, quasi invisibili.
Quelle che, prese singolarmente, sembrano sciocchezze.
Ma che, ripetute, diventano qualcosa.
Persone che, dopo averti provocato dolore, sembrano divertirsi nel vederti stare male.
Come chi ti nasconde deliberatamente un oggetto solo perché trova divertente guardarti mentre lo cerchi.
O chi semina zizzania, alimenta voci, costruisce insinuazioni e sporca una reputazione che tu hai impiegato anni a costruire.
E poi ci sono i social network. Lì mi sono fatta una domanda: chi ti sostiene davvero?
Chi mette un like?
Chi commenta?
Chi reagisce?
Chi si espone?
A volte sono proprio gli sconosciuti quelli che riescono a vedere ciò che le persone che ti conoscono da una vita scelgono di ignorare.
Mi viene in mente quella volta in cui mi hanno manomesso l’auto, facendomi rischiare un incidente.
Oppure quella volta in cui, per puro divertimento, hanno chiamato ininterrottamente sul mio cellulare e su quello del mio amico Michele Diana, fino a farli scaricare.
Eravamo per strada, a Salerno, senza un caricatore e, alle cinque del mattino, senza più un dispositivo con cui poter chiedere aiuto.
Ma questa è un’altra storia.
E per ora mi fermo qui.
Perché a un certo punto arriva una domanda alla quale nessuno sembra avere mai una risposta: chi si assume la responsabilità di ciò che commette?
Chi paga il prezzo delle conseguenze che lascia negli altri?
Se oggi vivo con paura del prossimo, se ho sviluppato un desiderio quasi costante di stare da sola, se il mio primo istinto davanti alle persone è proteggermi, chi punisce chi ha contribuito a costruire dentro di me questo bisogno di protezione?
Probabilmente nessuno.
Ed è anche per questo che nasce la mia Black List.
Non nasce per vendetta.
Nasce dalla necessità di ricordare.
Al suo interno ci sono nomi, fotografie, video, screenshot.
Ci sono le tracce di persone che, in un modo o nell’altro, hanno cercato di distruggermi.
Minacciandomi.
Screditandomi.
Manomettendo le mie cose.
Sporcando la mia immagine e la mia identità.
Seminando e alimentando gossip.
Costruendo intorno a me una narrazione che non mi apparteneva.
E, soprattutto, alimentando dentro di me quella paura di essere sbagliata.
Di essere inutile.
Di non essere abbastanza.
Per anni ho pensato che forse il problema fossi io.
Oggi so almeno una cosa:
non tutto ciò che gli altri raccontano di te diventa vero solo perché lo ripetono abbastanza volte.
E forse è proprio per questo che ho conservato tutto.
Per ricordarmi chi ero.
Per ricordarmi cosa è successo.
Per non permettere a nessuno di riscrivere la mia storia al posto mio.
Perché, alla fine, quella che sembrava essere la mia debolezza è diventata la mia forma di resistenza.
E forse è proprio questo il motivo per cui, tante volte, sono diventata un bersaglio
Sapete cosa penso?
Penso che molte persone siano convinte che, se ti isolano, ti indeboliscono.
Non hanno capito che, a volte, è esattamente il contrario.
Proprio quando ti isolano, possono renderti più forte.
Quando siamo costantemente circondati da persone, da affetto, da qualcuno che ci ama e che ci sostiene, finiamo per credere che nulla possa accaderci.
Ci sentiamo protetti.
Pensiamo che, qualunque cosa succeda, ci sarà sempre qualcuno pronto a sorreggerci.
E allora cosa succede quando una di quelle colonne cade?
Il cervello va in tilt.
Perché improvvisamente viene a mancare qualcosa su cui avevamo costruito il nostro equilibrio.
Io, invece, ho imparato a fare tutto da sola.
A cavarmela da sola.
A superare gli ostacoli da sola.
A raccogliere i pezzi da sola.
E quando impari a stare in piedi senza appoggiarti continuamente a qualcuno, succede una cosa strana: non può cadere nessuna colonna, perché l’unica colonna che sostiene tutto sei tu.
Tu.
Ed esclusivamente tu.
Questo non significa che le altre persone non servano.
Anzi.
Tutto ciò che di bello entra nella tua vita — le persone che scegli di far entrare, l’affetto, l’amicizia, l’amore, le emozioni, le risate — deve avere un altro significato.
Non deve essere ciò che ti tiene in piedi.
Deve essere ciò che arricchisce la tua vita.
Deve alleggerirla.
Deve regalarti qualcosa.
Deve strapparti un sorriso.
Ma non deve diventare l’unico motivo per cui riesci a stare in piedi.
E quando inizi a guardare la vita da questa prospettiva, succede qualcosa.
Hai capito il gioco.
Indipendentemente dal fatto che tu sappia giocare bene oppure no.
Hai riconosciuto la battaglia.
Hai capito qual è il livello più difficile.
Quello che moltissime persone faticano ad attraversare: la paura di rimanere soli Amico, lo so cosa ti stai chiedendo.
Il mio nome è nella lista?
Posso dirti una cosa?
Se mi hai voluto bene, perché dovresti preoccuparti?
Se hai fatto di tutto per rendermi felice, se mi sei stato vicino, se hai cercato di proteggermi e di farmi stare bene, allora non avere dubbi.
Vai avanti per la tua strada.
Io continuerò per la mia.
Siamo stati amici.
Abbiamo condiviso emozioni, passioni, avventure, risate, momenti che, nel bene e nel male, hanno fatto parte della mia vita.
E per qualche strano motivo, oggi, non lo siamo più.
Ma questo non significa necessariamente che tutto ciò che abbiamo vissuto debba essere cancellato.
A questo punto dell’articolo, però, devo ammettere, con una certa tristezza, che nella lista sono finiti anche alcuni nomi di familiari.
E purtroppo, anche quelli di qualche medico, psicologo o professionista che, invece di trovare soluzioni, è finito per creare altri problemi.
La cosa paradossale è che, alla fine della corsa, invece di essere io quella che aveva bisogno di risposte, sono finita per dover risolvere qualcosa che non era mio.
Perché non sempre chi dovrebbe aiutarti ha le competenze per farlo.
Alcuni sono davvero professionisti.
Altri, semplicemente, sono dei fake.
E allora voglio lasciare a te che stai leggendo una sola riflessione.
Ricordati: ciò che fai agli altri è il riflesso di ciò che sei.
Non dimenticarlo.
Mai.
Un commento
Vittorio
Articoli che mi segnano e mi invitano non solo alla lettura ma anche a far mie alcune situazioni nelle quali mi riconosco. È molto importante parlare ed ascoltare attentamente le persone. Anch’io, come te, per via del mio lavoro mi ritrovo spesso ad ascoltare persone un po’ più avanti con l’età e ogni volta che qualcuno di loro purtroppo ci saluta ripeto a me stesso: ” un’altra enciclopedia se ne va e un pezzo di sapere non troverà più modo di esprimersi”.